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Per smettere di fumare ho creato un nodo: non come semplice gesto materiale, ma come forma visibile di un vincolo interiore. Quel nodo rappresenta la promessa che ho fatto a me stesso o più precisamente a quella parte di me che soffre e che, proprio nella dipendenza, cerca insieme rifugio e condanna.
Ho pensato che smettere di fumare non significasse soltanto interrompere un’abitudine, ma assumere una responsabilità verso la mia sofferenza. Come se il bisogno del fumo fosse il linguaggio imperfetto attraverso cui una parte ferita di me continuava a chiedere ascolto. In questo senso, rinunciare al fumo non è un atto di privazione, ma un tentativo di liberazione: non dal desiderio in sé, ma dalla catena di dolore che lo alimenta.
Il nodo, allora, è diventato il simbolo di questo patto. Esso custodisce la decisione di non tradire quella parte vulnerabile di me che ha bisogno non di essere zittita, ma di essere riconosciuta e accolta. Per questo non può essere sciolto: scioglierlo significherebbe dissolvere la promessa, rompere il rapporto di fiducia con la mia parte sofferente, e ricadere nell’antica separazione tra ciò che provo e ciò che sono disposto a comprendere di me stesso.
Quel nodo non rappresenta soltanto una rinuncia, ma una forma di alleanza interiore. È il segno che la libertà non nasce dalla negazione della sofferenza, bensì dalla capacità di starle accanto senza consegnarsi ad essa.
E con questo scritto sancisco il patto.
Mi lego a me: indissolubilmente.
E quando la penna cade,
nel silenzio,
ho aggravato la mia condanna.